13 Marzo 2008

Un’intervista esclusiva a Nando Dalla Chiesa… da sé medesimo

Nando Dalla ChiesaCari amici, raccolgo l’invito di Nando Dalla Chiesa, che ha appena pubblicato sul suo blog una intervista esclusiva a se stesso… e vi invito a leggerla. E’ lunga, quasi un pamphlet. E ve la copio qui sotto tale e quale, per non sovraccaricare il suo blog preso d’assalto (http://www.nandodallachiesa.it). Si capiscono tante cose, leggendola, al termine della piccola battaglia condotta, con migliaia di firme, (e anche da questo blog) contro la sua esclusione dalle liste per il nuovo Parlamento.
E’ un bello spaccato di civiltà, impegno, coerenza. Un esempio per i giovani, e per tutti. Dalla Chiesa va ora ad insegnare a Palermo… indovinate perché.
Per riprendere uno dei commenti a questa intervista, essa è “una dichiarazione di amore per tutto ciò che è vita, è memoria, è affetto, è forza, è intelligenza, è generosità…”

Non mi resta che augurare a tutti noi che chi prenderà il suo posto al Ministero, e dovrà riprendere in mano la dolorosa faccenda dei decreti, lo faccia con lo stesso slancio e la stessa volontà. Non voglio fare politica, sia chiaro (non potreste votarlo nemmeno se lo voleste…). Solo proporvi la testimonianza di una persona che ho imparato a stimare in questi mesi, che ci propone uno stile di vita, innanzi tutto. Non è affatto detto che io condivida le sue affermazioni sul PD (non mi pronuncio, in merito). Ma il suo stile di uomo, quello sì, lo condivido. Ma leggiamo, ora:

Esclusiva per i blogghisti. Intervista di me a me medesimo sulla vita e sul Pd

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Scritto da Nando dalla Chiesa
Wednesday 12 March 2008

Ecco finalmente a voi l’intervista che non avreste mai letto da nessuna parte. E non solo per la lunghezza. Nando 1 intervista Nando 2. Lo so, è un po’ samizdat un po’ Marzullo (si faccia una domanda, si dia una risposta…). Ma aiuta a sapere. Aiuta a capire. Un consiglio: meglio se il testo lo stampate, la lettura sarà più comoda. Una richiesta: fatelo girare il più possibile. Per siti, per amici, per compagni d’avventura.

 

 

D. E ora, Sottosegretario?
R. E ora si va a Palermo. Sì, a Palermo. Non mi guardi in quel modo. Se non vogliono che faccia le mie battaglie per la legalità dall’interno del parlamento, le andrò a fare direttamente sul campo più simbolico, almeno per me. Andrò all’università di Palermo. A Milano il mio corso è quello di Sociologia economica. In Sicilia ne farò un punto di riferimento civile e scientifico sui temi dell’economia illegale: pizzo, usura, capitali sporchi, economia di mercato. E anche cultura imprenditoriale per le nuove generazioni: non le voglio più vedere schiave dei concorsi pubblici, in attesa di una supplenza settimanale a scuola. Ci vuole una rivoluzione delle menti. E di tutto il contesto, ovviamente.
D. Abbandona Milano, allora?
R. Nemmeno per idea. Invece di fare il pendolare Milano-Roma, più i miei giri per l’Italia, farò il pendolare Milano-Palermo, più i miei giri per l’Italia. Sono abituato a lavorare molto. A Palermo e ai suoi giovani darò molto. Ma non lascerò Milano. Continuerò a essere me stesso. Cioè uno che si batte per buone cause, che sperimenta forme di impegno differenti, che viaggia senza interruzione per i suoi appuntamenti civili o culturali. A Milano c’è Melampo, la casa editrice. Finora per me e i due miei soci-allievi, Lillo Garlisi e Jimmy Carocchi, è stata come un giocattolo, e nonostante ciò nel 2007 il fatturato è aumentato del 70 per cento. Ora la lanceremo in grande stile. In più lo spazio Melampo, che abbiamo inaugurato da poco, diventerà un centro di cultura viva e originale. Milano ne ha bisogno. E magari faremo un bel Melampo news.

D. Insomma, università e casa editrice. E dintorni…
R. Be’, non fermiamoci. E il teatro dove lo mette? Ho intenzione di dedicarmici sul serio. L’anteprima di “Poliziotta per amore”, il mio monologo teatrale, è andata bene, diventerà uno spettacolo per la stagione romana 2008-2009. Mentre dalle “Ribelli” è stato tratto un altro spettacolo che andrà al Parenti a Milano e all’India a Roma. E ho appena finito un altro testo, “Omicidio colposo”, anche se per quello c’è tempo. E l’”Unità”? Finche ci sarà Padellaro voglio scriverci, è uno dei miei motivi di orgoglio. E anche su “Europa” continuerò. Venderà poco ma a me non dispiace affatto. E il Blog diventerà uno strumento di comunicazione più potente. Finora l’ho seguito tra molte difficoltà. Ma se l’immagina con i video e con le rubriche? E poi i libri… Sto scrivendone uno per Einaudi, “Album di famiglia”, uscirà in autunno: è un po’ il senso delle istituzioni visto attraverso quattro generazioni di dalla Chiesa. Dai due nonni generali ai i miei Gracchi, i miei splendidi figli… Dimenticavo. Il Mantova Musica Festival: quest’anno avrà per titolo “La mia vita è come un rock”. E in luglio proverò a fare quello dedicato ai giovani di accademie e conservatori.

D. Dunque tutto tranne la politica. E’ così?
R. Questo lo dice lei. In primo luogo perché la politica attraverserà in un modo o nell’altro tutte le mie attività. E, reciprocamente, queste attività “faranno” politica. Lo lascio credere volentieri ad altri che la politica sia una somma di operazioni di Palazzo, più una spruzzata di comparsate televisive. In secondo luogo perché io nel Partito democratico ci credo davvero. E farò di tutto perché diventi un’altra cosa. L’Italia merita un bel partito democratico. E, se non lo merita, ne ha bisogno.

D. Intanto però il Partito democratico in parlamento non l’ha voluta. Perché c’è rimasto così male se ha tutti questi programmi e se con questi programmi farà comunque politica? L’ha appena detto lei…
R. E glielo confermo. Si figuri se non ricordo quello che feci nei cinque anni di opposizione a Berlusconi. Il parlamento era ridotto a un luogo-vassallo. Ratificava decisioni prese altrove. Mi inventai di tutto: dalla manifestazione di piazza Navona, ai sit-in, al sostegno ai girotondi, all’aereo che volteggiava sul senato con la scritta “la legge è uguale per tutti”, al festival di Mantova (ricorda? Tony Renis direttore artistico a Sanremo…), centinaia di racconti in diretta dal Senato per l’Unità e Avvenimenti, fino al teatro civile, con “Il partito dell’amore”, in cui imitavo Berlusconi. Io sono un timido. Pensa che l’avrei fatto se non per la convinzione che fosse politicamente utile? Ne ho fatta di politica fuori dal parlamento. Forse, tra i parlamentari, come nessuno.

D. Appunto. E allora?
R. E allora glielo spiego subito. Il parlamento sarà anche stato svuotato. Ma a un certo punto è lì che sai subito che cosa sta per essere deciso di inconfessabile; ed è lì che le decisioni vengono ratificate. Ci sarebbe mai stata la manifestazione di un milione di persone a piazza San Giovanni sulla Cirami se una sera di luglio del 2002 (la sera delle mie nozze d’argento, con mia moglie venuta da Milano che mi attendeva inutilmente fuori dal senato per festeggiare) io non avessi colto al volo che volevano far passare la legge a tambur battente, non avessi intuito qualche cedevolezza di altri esponenti dell’opposizione e non avessi occupato alle due di notte l’aula della commissione Giustizia e non avessi poi fatto una conferenza stampa di denuncia chiamando i girotondi alla mobilitazione? Vede, c’è un dettaglio della vita del Senato in quella legislatura che nessuno conosce, ma che può servire a far capire. In commissione Giustizia si formò una combinazione umana fantastica. In particolare nacque un trio composto da Elvio Fassone, coltissimo ex magistrato torinese, diessino, Giampolo Zancan, avvocato d’assalto, torinese anche lui, eletto con i verdi, e da me. Fummo la spina dorsale dell’opposizione.

D. Non sta esagerando un po’?
R. Aspetti. Fu o no quella legislatura caratterizzata soprattutto dalle leggi della vergogna, Cirami, rientro dei capitali, rogatorie, falso in bilancio, lodo Schifani, Pecorella, controriforma della giustizia ecc? In ogni caso la giustizia ne fu la questione cruciale. Ecco, lei sa che cosa si dice in genere tra parlamentari? Che alla Camera si fa politica e al Senato si mangia bene. Be’, quella invece fu l’unica legislatura in cui la battaglia vera si fece al Senato. Facevamo un gioco di squadra scientifico. Fassone partiva flemmatico e inflessibile con la sua dottrina e tracciava il solco per tutti, Zancan ci si gettava con la sua esperienza di malagiustizia citando (ed era stupendo) processi di Pinerolo, di Bressanone, alle Bierre, ecc; io arrivavo per terzo e ci mettevo lotta alla mafia, sociologia del diritto e rabbia genuina. E poi a turno Ayala, Cavallaro, Brutti, Calvi, Maritati. E per loro tutto diventava difficile. Molte cose gliele abbiamo impedite o li abbiamo costretti a farle così di fretta da dover poi subire gli interventi della Corte o vedere vanificati i loro tentativi dalla stessa giurisprudenza. La sa una cosa? La legislatura dopo non c’era più nessuno dei tre. Per Fassone scattò la regola dei due mandati (che per altri diessini in commissione non scattò), per Zancan scattò la regola di Pecoraro Scanio (faccio quello che voglio io), per me - l’unico - scattò la regola che bisognava decidere prima del voto se si voleva andare al governo o in parlamento. Nulla fu concordato, è ovvio. Ma posso dire che se ci fossimo stati noi tre in quella commissione, probabilmente l’indulto non sarebbe passato? Vede? Questo non si può ottenere né con il teatro, né con i libri…

D. Lei in ogni caso in parlamento non avrebbe potuto tornarci per via della regola dei tre mandati stabilita dal suo partito. Non la condivide questa regola?

R. Sì se è una regola che vale per tutti. Lei se l’immagina un parlamento che fa una legge e poi dice ai cittadini: questa però vale solo per voi? Succede nella repubblica delle banane. Qui è successo esattamente così. Un gruppo dirigente ha fatto la regola e ha deciso che per sé non valeva. E ha fatto delle altre leggi ad personam. Il tetto non vale, per esempio, per i vicecapigruppo in parlamento. I vicecapigruppo, assoluti sconosciuti, ma si rende conto? A quel punto la regola è una barzelletta. Ed è a questo punto che, in quanto barzelletta, la contesto. Serve fare largo a giovani e donne? Sono d’accordo, ho firmato anche per il 50 per cento di donne. Ma allora dico due cose: 1) è questo il modo migliore per “fare largo”? 2) e a quali giovani e donne bisognerebbe fare largo?

D. E lei come risponde?
R. Io rispondo che il metodo è assurdo. Se uno vuole davvero costruire un’Italia fondata sui meriti, deve farlo a partire dalle candidature al parlamento, ossia dal luogo in cui si fanno le leggi. E allora se bisogna “sfrondare” si mandano fuori per prima cosa i fannulloni. Lo sanno tutti, ma proprio tutti, che alle commissioni, in parlamento, partecipa non più di un terzo dei deputati e non più della metà dei senatori. Gli altri ci capitano ogni tanto a votare, chiamati ansiosamente al telefono, e per il resto vanno in aula a leggere il giornale, telefonare e schiacciare il bottone. E allora, chi si manda via: chi ha fatto una, due legislature in panciolle o chi ne ha fatte tre spremendosi come un limone? Il guaio è che continua a valere il principio di anzianità, sia pure rovesciato. C’è sempre un assente in questa storia, il merito. E d’altronde se a decidere le candidature è gente che non è mai stata in un’azienda o in una organizzazione moderna, non potrà essere diversamente. Quanto alle donne e ai giovani da fare entrare, un conto è se si candidano persone che si sono conquistate i galloni sul campo, un conto è se si fa un’infornata dei propri segretari, assistenti, consulenti, portavoce, figli e parenti. Giusto? Se mi dicono che entra uno dei ragazzi che hanno guidato l’occupazione dell’Accademia di Belle Arti di Roma, ha un senso. E’ un giovane che rappresenta altri giovani. Ma se mi dici che ci metti la tua segretaria, io dico che è una truffa. E che un’operazione presentata come il mezzo per smantellare “la casta”, esprime l’arroganza della casta. Aggiunge alla casta la “castina”. E anzi le dico pure un’altra cosa…

D. Quale?
R. Che questo metodo potrà pure avere il vantaggio di avere persone perfettamente ubbidienti e di scaricare sulle istituzioni il costo di qualche portavoce personale. Ma ci renderà più deboli in parlamento. Perché lì l’esperienza pesa, guardi che io ho raggiunto la mia massima efficacia nella terza legislatura. E dal momento che la regola dei mandati non vale per tutti i partiti, noi avremo un esercito di esordienti contro truppe di lupi da parlamento. Che se li mangeranno. Date tutte queste considerazioni, insomma, quando vedo Franceschini annunciare in tivù, tutto giulivo, quanta gente nuova ha messo in lista, mi viene da cambiar canale.

D. Ma non è giusto arginare il professionismo politico?
R. Certo che lo è. Ma anzitutto, glielo ripeto, se vale per tutti. Ma poi lei pensa che il professionismo politico consista solo nello stare in parlamento? Mi ascolti bene. Se uno inizia a fare il funzionario di partito a venti o ventidue anni, poi dopo dieci gli fanno fare l’assessore o lo pagano per scrivere sul giornale di partito, poi dopo altri dieci lo mettono in un consiglio d’amministrazione di una municipalizzata o di una cooperativa e poi si fa un consiglio regionale e due legislature in parlamento, secondo lei quello che cos’è, società civile perché non ha tre mandati? Se vuole che poi che venga al mio caso personale…

D. Appunto…
…ecco, le dico che io ho due mandati e mezzo, nemmeno consecutivi. E che se il mio problema fosse il professionismo della politica, ora starei a chiedere un “risarcimento”. Che nel linguaggio politico significa una carica politica remunerata. Magari di assistente di nuovi parlamentari (anche questo succede, sa?), o di consulente dell’Antimafia, o di consulente di questo o di quell’assessorato presso un’amministrazione di sinistra. O un consiglio d’amministrazione. Ma l’ho detto alla Bindi, per chiarire bene chi fossi: non mi vedrete mai in Transatlantico a chiedere un incarico.

D. Lei ha usato più volte in questi giorni l’aggettivo “amareggiato”. Perché?
R. Guardi, premesso che quando mi sveglio al mattino sto già a progettare il mio corso di Sociologia economica, e che io per abitudine mi tuffo più volentieri nel futuro che nel passato, vuole che non sia amareggiato? Mi sono battuto dagli inizi degli anni novanta per il partito democratico e quando nasce vengo messo fuori dalla sua prima rappresentanza parlamentare da gente che fino a due anni fa era contraria a farlo. Per un tempo lunghissimo non ho quasi avuto vita privata per garantire alla politica una patente di credibilità presso la società civile, e quando hanno finto di raccogliere le domande di rinnovamento della società civile mi hanno messo alla porta. Certo, insieme ad altri; di cui mi fanno l’elenco, quasi a dirmi che non so accettare un’esclusione: ma è un elenco di persone sconosciute e senza battaglie alle spalle, alcuni addirittura transfughi dalla destra. O di gente con sei-sette legislature. E questo mi offende ancora di più. Insieme a un’altra cosa che dico da un paio di giorni rompendo i miei pudori.

D. Ossia?

Che un po’ mi ha fatto male vedere certi personaggi alla continua rincorsa di cognomi da rotocalco, e pronti però a disfarsi con un’alzata di spalle di uno dei cognomi più rispettati dagli italiani nelle storia della Repubblica, un cognome che io credo di avere onorato. Onestamente: non so se la destra l’avrebbe fatto. D’altronde a volte si ha la sensazione di avere a che fare con persone prive di senso della storia. Quasi lo stesso è successo a Giovanni Bachelet. Per lui a Roma hanno raccolto migliaia di firme, è un testimone della società civile e della comunità scientifica. Lui non aveva nemmeno alcun mandato alle spalle. Be’ l’hanno messo in zona retrocessione, tra quelli che possono non passare… Mi domando come si possa costruire la storia senza avere il senso della storia.

D. Senta, però lei è arrivato a far parte di un governo. Dunque non è stato un emarginato. E allora perché ora sarebbe scattata questa preclusione? Ha avuto qualche scontro in questi due anni?
R. No. O meglio: ci ho pensato e non credo che la causa di questa rimozione si debba cercare negli ultimi due anni. E’ una vicenda più lunga. Vede, io sono entrato in politica con “la Rete”. Un movimento eretico, che finanziò la sua campagna elettorale ipotecando le case dei suoi fondatori. Poi ci tornai perché i verdi di Ripa di Meana e di Ronchi mi chiesero di candidarmi da indipendente con loro. Entrai nei Democratici seguendone il percorso fino al Partito Democratico. Ma qui mi sono ritrovato, senza più recinti e protezioni, nel mare magno in cui comandano gli ex democristiani e gli ex comunisti. E io per loro sono quello di Società Civile a Milano, quello che denunciò Tangentopoli (la Tangentopoli delle sinistre) prima di Di Pietro. Sono quello che con la Rete si è battuto per abolire l’immunità parlamentare. Sono quello della prima denuncia scritta e processuale delle complicità di Andreotti. Vuole che continui? Ho solo l’elenco, da piazza Navona (e la colpa di avere dato la parola a Nanni Moretti) fino alla lotta pubblica contro le tessere false della Margherita. E’ la mia vita. E’ la mia vita che di fronte a molti di loro mi rende un corpo estraneo.

D. Ma lei condivide quel che le ha scritto l’economista Marco Vitale? pensa cioè di subire un isolamento analogo a quello di suo padre?
R. La drammaticità dello scontro sostenuto da mio padre, e l’infinito coraggio che richiese la sua azione, sono senza confronto. Ma la sensazione di essere corpo estraneo a causa di un diverso senso delle istituzioni, questo sì, lo avverto. E guardi, il problema non è Veltroni. Con lui ho sempre avuto rapporti cordiali, anche amichevoli. Non credo neanche che abbia potuto seguire molto la gestione delle liste. Ieri mi è arrivata una sua lettera di fine febbraio, di elogio per il testo di “Poliziotta per amore”, che mi aveva chiesto tempo fa di leggere e che gli avevo mandato. Si capisce che il testo l’ha letto veramente, fra l’altro. Il che non dev’essere stato semplice, con quello che ha da fare. Il problema è di sistema. Di culture di sistema, di correnti, di miopie e arroganze diffuse. Che rischiano di strozzare in culla il Partito democratico.

D. Mi scusi ma a questo punto una domanda devo fargliela, anche perché se la fanno in molti.
R. Prego…

D. Ma la Bindi ’ha sostenuta in questa vicenda?
R. Probabilmente sì. Ma il fatto per me sconvolgente è stato di avere saputo, a liste già fatte, che da giorni era stato deciso che io non dovessi avere la deroga. Ossia: dal quartiere generale delle candidature hanno detto alla Bindi che per chi l’aveva sostenuta alle primarie c’era una deroga sola a disposizione (alla faccia del rifiuto delle correnti…), lei e non so chi hanno deciso di darla a Franco Monaco, ma a me non hanno detto niente. Io per decoro telefonavo non più di una volta ogni due giorni (c’è gente che si è piazzata a Roma, mentre io viaggiavo per gli incarichi di Ministero) e loro mi dicevano di stare tranquillo, che avrebbero fatto il possibile, che sapevano il mio valore e la mia utilità. Poi l’ultimo giorno non ho più sentito nessuno. Al mattino ho ricevuto l’sms di due amici lombardi: “ci spiace, ti siamo vicini”. Ho chiesto anch’io per sms, per non disturbare, a chi stava contrattando le liste. Nessuna risposta. Solo a sera, mezz’ora dopo l’annuncio dei Tg che le liste erano state firmate, e dopo molte sollecitazioni, mi ha chiamato la Bindi per dirmi della decisione presa giorni prima a mio svantaggio.

D. Gliel’hanno detto a cose fatte temendo una reazione dell’opinione pubblica che potesse costringerli ad altre decisioni?
R. E’ possibile. Il fatto è che a quel punto la stessa offerta di Di Pietro, anziché acquisire un valore simbolico generale, visto che anche lì le liste erano già state fatte, acquisiva il sapore di una candidatura di lista, alla ricerca di un seggio purchessia. Di Pietro forse non poteva fare diversamente, e ringrazio lui e Orlando. Ma io non potevo accettare. Fatto sta che, salva un’altra telefonata della Bindi dopo la lettera aperta che le ha mandato mio figlio, io non ho più sentito nessuno. Nessuno mi ha spiegato perché la deroga sia stata respinta. Un silenzio assoluto. Totale. Una vera comunità umana, non c’è che dire. Per fortuna che c’è stata quella marea di firme a mio sostegno. Se no me lo sarei chiesto davvero: ma per chi ho lavorato in questi anni?

 

 

D. E qui casca l’asino, se mi passa l’espressione. Ma lei pensa davvero di continuare a lavorare per un partito così?
R. E me lo chiede? Guardi, io, diversamente da altri, non ho vissuto camminando su un tappeto rosso, portato per mano da qualche nume tutelare. Ho qualche cicatrice sulla faccia. E so che cos’è la politica. Ho scritto anni fa che è anche “mal di cuore”. Lo confermo. Io non smetto per così poco. Un esponente del Pd milanese ha detto, prima che le liste fossero chiuse, “finalmente ci siamo liberati di chi ci ha fatto perdere”. No, non si sono liberati. E anzi, posso aggiungere una cosa?

 

 

D. Ci mancherebbe, questa è un’intervista libera.
R. La teoria che io farei perdere è la coperta che usano per evitare di dire pubblicamente la verità: e cioè che quel che di me non sopportano è proprio l’idea che io ho dei rapporti tra partiti, istituzioni e società civile. Rimonta al ’93, questa teoria, a quando mi presentai candidato sindaco. La sinistra stava affondando sotto i colpi di Tangentopoli, i militanti dell’allora Pds andavano in tivù a dire che avrebbero raccolto una colletta per restituire il maltolto dei loro amministratori. Io diedi - posso dirlo? - un’immagine pulita a tanti che lo meritavano e, nel pieno dell’ondata leghista (presero il 42 percento a Milano!), avendo il Pds sotto il 9 per cento…

 

 

D. Sotto il 9 per cento?
R. Sì, ha capito bene, avendo il Pds sotto il 9 per cento, portai la sinistra al 43 per cento. E mi diedero pure la colpa della sconfitta! per non avere l’incomodo di spiegare le vere ragioni di quell’ostilità…Ecco, ora qualcuno vorrebbe espellermi… Io invece ritengo di essere il socio ideale del Partito democratico. Non so prevedere, onestamente, per quali vie si dovrà passare. Alcune saranno anche accidentate, potranno pure sembrare contraddittorie. Ma lì voglio arrivare, a un partito democratico degno di questo nome. Molti pensano che il peso delle persone corrisponda alle loro apparizioni televisive. Io in tivù non ci vado, è vero, non faccio parte delle compagnie di giro catodico di Vespa e degli altri; ma giro molto per l’Italia reale, e da decenni. Un credito ce l’ho, come per fortuna ha dimostrato la mobilitazione di questi giorni. E cercherò di spenderlo nel modo migliore. Anzi la stupirò: farò pure un po’ di iniziative elettorali per il Pd di oggi. Manterrò gli impegni già presi prima di sapere della mia esclusione. E oggi ne ho aggiunto un altro per una persona che stimo molto.

 

 

D. Un’ultima domanda, Sottosegretario. Ma se ha tutti questi progetti, perché deve andare proprio a Palermo?
R. Per quello che le ho già detto all’inizio, ovviamente. E per un’altra ragione. Perché credo che una fase davvero nuova nella vita di una persona si apra e si possa aprire solo con una grande sfida. Una sfida che dia senso al futuro ma anche a ciò che si è fatto prima. Nonostante quel che è accaduto, io amo Palermo e i siciliani. E sono sicuro che questa sfida mi darà più forza e vitalità anche per affrontare le altre. In fondo la giovinezza è il contrario di un tappeto di velluto rosso. E’ amore per la lotta. E io mi porto scolpita nella testa quella stupenda frase di Picasso: ci vuole molto tempo per diventare giovani.

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9 commenti on Un’intervista esclusiva a Nando Dalla Chiesa… da sé medesimo »

14 Marzo 2008

patrizia gracis @ 1:29 am:

io spero caldamente che il prossimo sottosegretario (se ci sarà) riesca almeno a rimediare in parte ai pasticci che ha combinato Dalla Chiesa. liberissima lei di stimarlo come uomo, ma per quanto riguarda i Conservatori lasci parlare, per favore, gli addetti ai lavori. magari vada sul forum di Edumus e raccolga qualche impressione. le ricordo che, nella sua ultima circolare, DC parla di equipollenza dei diplomi quadriennali dei Conservatori. che non sono mai esistiti. è stato sconfortante per tutti noi che della musica abbiamo fatto una ragione di vita, scoprire che in due anni non si era neanche informato sulla durata dei corsi!

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admin reply on 14 Marzo 2008:

Cara Signora Gracis,
lei come al solito parte solo dalla caparbia volontà di sostenere il suo punto di vista (preconcetto), indipendentemente dai fatti.
Punto primo: Dalla Chiesa, come le ha cortesemente ricordato un nostro lettore con il precedente commento, NON HA MAI EMESSO CIRCOLARI. Si tratta, ovviamente, di un SUO ERRORE, Signora Gracis! In un suo precedente post sul mio blog, lei stessa infatti, aveva scritto che questa affermazione l’aveva trovata in un post del BLOG di Dalla Chiesa! Capito? Scappa una imprecisione in un post su un blog, e, oplà, si viene crocifissi come incompetenti! Un blog, su cui si scrive di notte, nei ritagli di tempo, un post al giorno che si aggiunge a tutti i propri impegni, una specie di diario quotidiano, un impegno volontario che un grande democratico ha ritenuto doveroso utilizzare (uno tra i pochissimi) per relazionare sulla sua pubblica attività…
Ma c’è di più! DALLA CHIESA NON AVEVA FATTO ALCUN ERRORE: mi sembrava strano che, pur in un blog, un uomo così attento e preciso potesse essere incorso in un errore… così ho controllato meglio il suo post (qui: http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&task=blogsection&id=0&Itemid=39&limit=17&limitstart=17
Cito la frase incriminata: [”… diplomi di accademie e conservatori e di tutta l’Alta formazione artistica e musicale… Titolo esplicito: “Validità dei diplomi accademici rilasciati dalle Istituzioni di alta formazione artistica e musicale ai fini dell’accesso ai pubblici concorsi”. Per i miei gusti di profano dice in modo un po’ macchinoso quel che mi interessava comunque sentire dire. Anche se devo ammettere che la macchinosità è stata resa quasi necessaria dalle argomentazioni pretestuose con cui gli avvocaticchi hanno soffiato sul malcontento studentesco in questi mesi (costoro sostenevano infatti che l’avere voluto recuperare con un decreto il VALORE DEL VECCHIO TITOLO QUADRIENNALE volesse significare che il nuovo titolo non aveva alcun valore!).”] [fine della citazione]
Signora mia, lettori miei tutti, occhio a leggere bene! Dalla Chiesa parla inequivocabilmente anche di DIPLOMI DI ACCADEMIE DI BELLE ARTI! Che, guarda un po’, nel vecchio ordinamento avevano durata QUADRIENNALE! Dove sta, dunque, l’errore madornale, se non nell’occhio di chi legge con intenti malevoli?

Punto terzo: Signora, io mi occupo di Conservatori da molti anni, tutti i miei migliori amici sono docenti di Conservatorio, mio figlio studia da dieci anni in Conservatorio e colleziona diplomi, ho la casa editrice costantemente piena di diplomati e docenti di Conservatorio (tutti i miei artisti…) e studio la legislazione da anni e anni. Sono un’ex docente (e sindacalista) di ruolo della Secondaria superiore. Ho seguito la riforma fin dal primo momento, in ogni piega e applicazione… e sono un editore musicale. Quindi SONO UN’ADDETTA AI LAVORI… E lei? Si è mai presentata? LEI che fa nella vita? (Oltre, naturalmente, a frequentare i blog per attaccare Dalla Chiesa?)

Chi ha voglia di approfondire questa querelle, se non ha niente di meglio da fare e vuole divertirsi un po’ (ma anche documentarsi seriamente su quello che Dalla Chiesa ha fatto per la riforma), legga questo post di Nando Dalla Chiesa in risposta proprio alla Signora Gracis… viene fuori tutta la storia del perché di questo livore…
leggete, leggete, è divertente… http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=content&task=view&id=728

Signora Gracis, per concludere le consiglio una bella camomilla, di inforcare un buon paio di occhiali, di rileggersi magari Cartesio, o, se preferisce, un bel trattato di logica hegeliana, e di non prendere per oro colato tutto quello che legge su Edumus.

Mi scuso con i miei lettori per queste noiose precisazioni, e spero che l’abbiamo definitivamente fatta finita con questa storia…
Ines Angelino

Roberto Bertoli @ 7:21 am:

Sono sempre avbirtuato a presumere la buona fede degli interlocutori. Stavolta, lo confesso, mi è un po’ più difficile del solito.
Non credo proprio che una Circolare (per quello che ne so di Diritto Amministrativo) rechi la firma di un Sottosegretario. Normalmente, e doverosamente, poiché contiene “disposizioni agli Uffici”, reca la firma di un Dirigente (superiore, in questo caso) del Ministero.
Così, dubito che un “burocrate” per professione si esponga a lasciar traccia indelebile e diffusa di una cosa che possa essere apprezzata come… castroneria.
Dimenticavo: LO STIMO ANCHE IO,
Dirò di più: non credo nemmeno che sia requisito essenziale per un Sottosegretario conoscere la differenza fra un “si be molle” e un “la maggiore”,
Importante che lo sappia chi Insegna e che riesca a che riesca a far crescere le potenzialità artistiche di chi decide di frequentare Conservatori ed Accademie.
O sbaglio….?

Roberto Bertoli

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patrizia gracis @ 11:24 pm:

ammetto, ho fatto un errore “formale”. ho attribuito al sottosegretario la firma di una circolare che è invece del Ministro della Funzione Pubblica. ma Dalla Chiesa ha speso una pagina del suo blog per spiegare che la circolare in questione era una sua creatura, da lui e solo da lui fortemente voluta, e anche l’avventura kafkiana per ottenere che venisse firmata. gli ho quindi attribuito una paternità che lui per primo ha rivendicato. mi stupisco che Roberto Bertoli non ricordi l’episodio, visto che col nick di robertoli ne ha parlato nel blog, indicando anche il sito www.reform.it in cui trovare la circolare. a proposito di buona fede.
resta l’errore del sottosegretario del “diploma quadriennale”. forse l’admin non ha seguito la polemica tra Dalla Chiesa e gli avvocaticchi (avvocati del sindacato Unams, che io ho sempre contrastato. ritengo però che definire “avvocaticchi” e “ruttatori” chi non la pensa come te non sia esattamente un atteggiamento democratico…)) sulla validità dei titoli. la questione ha sempre riguardato in primo luogo i Conservatori, in quanto le Accademie già avevano una struttura più simile a quella universitaria (ammissione dopo un liceo, diploma quadriennale). sono sicura che dalla Chiesa ha anche ammesso il suo errore, ma non ho voglia di andarmi a rileggere tutto il blog.
è curioso, ci sono degli “ammiratori” del buon Nando (come lo chiamano gli amici) più realisti del re. come dicono a Genova:” ci avrà la sua conveniensa”.
per quanto riguarda la mia storia professionale, risponderò in privato alla Sig.Angelino, perchè non mi piace usare in pubblico il “Lei non sa chi sono io”. se vorrà, potrà comunicare quanto le scriverò. in ogni caso il mio è un cognome ben conosciuto nell’ambiente musicale, se non per me almeno per mio padre. evidentemente questo non è un ambiente musicale.

[reply this comment]

admin reply on 15 Marzo 2008:

Madame,
i suoi commenti… per fortuna si commentano da soli, (come già faceva notare Dalla Chiesa, la logica e la coerenza nei ragionamenti non sono proprio il suo forte); così mi risparmio la fatica e lascio ogni valutazione ai lettori del blog.

Una cosa sola, per l’ultima volta: non è questione di “lei non sa chi sono io” (anche se il suo tono è costantemente quello, visto che mi raccomandava di “lasciar parlare gli addetti ai lavori”). Lascia quindi dedurre che lei lo sia, addetta ai lavori, ma si guarda bene dal qualificarsi con titolo, ruolo occupato, eccetera. Sta intervenendo in un blog firmato da una persona che ha fornito credenziali totali, a partire da nome e cognome, fotografia, curriculum, statuto aziendale, partita iva, codice fiscale, iscrizione alla camera di commercio, e via declinando… però, dopo che molla l’ennesima bacchettata sulle dita (”ci avrà la sua conveniensa…”) dice che si dichiarerà solo in privato.
Ma che comodo… Si risparmi pure il disturbo, non sono interessata ad approfondire la sua conoscenza: parlavo per una ovvia questione di “netiquette” e di riguardo ai lettori del blog.

Se poi il suo merito principale nel mondo della musica è quello di essere la figlia di Ettore Gracis… mi sembra ben meschino pensare che un cognome debba per forza significare che si è diretti discendenti di una persona di qualità. Nessuno è tenuto a sapere di chi lei sia figlia, solo da un cognome. Non mi sembra un bel modo di onorare suo padre, quello di tirarlo in ballo in questi termini.

E, tanto per restare in argomento, a proposito di padri… che cosa dovrebbe dire Nando Dalla Chiesa del proprio, di padre?
Suvvia, un po’ di serietà. E’ meglio chiuderla qui, ci stiamo annoiando tutti a morte.
Buonanotte
Ines

Roberto Bertoli reply on 15 Marzo 2008:

Per quanto mi riguarda (chiarito che la gentile interlocutrice, ripescando nella sua memoria, non ha avuto difficoltà ad ammettere che la Circolare era firmata da persona diversa rispetto al bersaglio preferito dal suo livore e che non vedo che cosa avrei negato di ricordare a proposito di un tormentone che ricordo benissimo), posso solo dire che, nei dintorni di Corte Bragagnani, in Comune di Oppeano (nella “bassa veronese”) c’è ancora un podere che conserva il toponimo della famiglia alle cui cure ed al cui sudore ne era affidata la coltivazione, oramai, diversi decenni fa: “Podere Bertoli”.
Questo (pur riempiendomi di orgoglio) mi inibisce dall’andare per zolle e solchi dando per scontato che tutti possano apprezzare il mio modo di “essere” un contadino.
Penso, quindi, che chi (come me) ha motivi, i più diversi, per essere orgoglioso del cognome che porta, potrebbe fare altrettanto.
In fondo, quando ci è offerta la possibilità di dire “la nostra” (perfino con un minimo di anonimato), tanto vale presentarsi per quello che siamo, senza anteporre i blasoni autocelebrativi, come usavano fare i Regnanti.
Quanto a me. stento a immaginare in che cosa possa avere convenienza a stimare (da circa 25 anni) una persona che ho visto, un’unica volta, solo mentre recitava un suo pezzo (purtroppo, per noi, parodiando un “potente”), in un Teatrino della periferia di Firenze.
Non me ne dolgo, comunque, di non conoscerlo di persona.
Non è la prima volta che mi capita di ammirare una persona che non ho mai avvicinato: è passato, oramai, quasi mezzo secolo da quanto coltivavo una ammirazione sconfinata per Claudia Cardinale.
Temo che, allora, lei non mi abbia nemmeno mai notato fra la folla degli spettatori delle sale cinematografiche in cui si proiettavano Film da lei interpretati. Era naturale, per me (a quell’età) non rischiare di confessare i miei amori alle “ragazze” che mi piacevano….
Ora (è l’età!) non ho ritegno a confessare anche pubblicamente la mia ammirazione e la mia stima nei confronti di coloro che (a mio insindacabile giudizio, perché sono “miei sentimenti”) le meritano.
Faccio così, credetemi, senza che mi sfiori il pensiero “se” o “se non” mi convenga.
Anzi, in questo tipo di atteggiamenti, forse una convenienza l’apprezzo: quella di sentirmi meglio con me stesso quando ho detto, o scritto, quello che penso.
Forse, non capita solo a me.
Tutto questo, per dirla con il “Principe della risata” (Totò): “a prescindere” dal contenuto delle cose dette, o scritte, e dal giudizio “a pelle” che gli altri possano essere indotti a farsi di colui, o colei, che ha espresso ciò che pensa.
Va da sé che ascoltare gli altri, spesso, può aiutare ad affinare le prime sensazioni che (su un tema, o su una persona, si hanno).
Spesso. Non sempre.

Roberto Bertoli

15 Marzo 2008

patrizia gracis @ 2:05 am:

non volevo annoiare i frequentatori del blog con le mie credenziali.
è poi ovvio che chi frequenta un blog o un forum non è tenuto neanche a dichiarare pubblicamente il suo nome; io sono stata tra i rarissimi frequentatori del blog di Dalla Chiesa a firmarsi fin dall’inizio, pagandone salate conseguenze. adesso si firmano tutti, proprio perchè io ho fatto notare la comodità dell’anonimato.
cmq., un paio di cose e poi davvero basta. non ha nessun senso che io mi faccia gratuitamente insultare da una persona come lei.
allora, sono una regista lirica. sono salita da piccola sul palcoscenico e non sono mai “caduta”. davvero il mio curriculum è troppo lungo per essere pubblicato. dirò solo questo: quest’anno cade il 60° anniversario del Festival di Aix-en-Provence, che ogni anno allestisce tre opere, con cast internazionali. per cui, fino ad oggi, sono stati invitati 180 registi in tutto il mondo. io sono una di questi pochissimi eletti, con una produzione di Don Pasquale con Barbara Hendricks e Gabriel Bacquier, nel 1990. questo per la carriera artistica.
insegno Arte Scenica in Conservatorio dal 1980, ho insegnato regia lirica a Bloomington, Indiana, e ho attualmente sul tavolo la proposta dell’Università del Michigan di occupare quella cattedra, che per tanti anni fu di Robert Altman.
mio padre fu per 15 anni direttore stabile alla Fenice e contemporaneamente docente di Conservatorio. sosteneva che chi come noi aveva avuto la grande fortuna di coniugare lavoro e passione, doveva restituire qualcosa al mondo musicale. per esempio, insegnare ai giovani. fu lui a “obbligarmi” a entrare in Conservatorio. non occorre fortunatamente morire ammazzati per essere dei padri di grandissima integrità morale.
esercito il mio lavoro di docente con totale dedizione. qui a Perugia, negli ultimi anni, ho allestito 7 opere con gli studenti del mio corso, ordinario o biennale, lavorando almeno tre mesi all’anno in più del mio orario, e…gratis, come dice il mio cognome. solo perchè credo che l’unico modo di insegnare teatro sia farlo.
ho sperato molto nella coppia Mussi-Dalla Chiesa. quest’ultimo l’ho incontrato l’anno scorso, per esporgli i problemi del settore, e ne ho verificato la assoluta non conoscenza del mondo della musica e dell’educazione musicale. approfitto per far notare a Bertoli che un sottosegretario non deve conoscere la differenza tra sibemolle e la naturale, ma la durata dei diversi percorsi di studio proprio sì.
la delusione è stata proporzionale alle attese che molti di noi avevano riposto in lui.

“altro di me non le saprei narrare…” anzi, visto che mi proponeva di leggere Cartesio e Hegel, aggiungo che sono laureata in Filosofia con tesi in Estetica.

non risponderò a nessuna, ulteriore provocazione.

lei è la tipica persona che cerca di arrampicarsi in un mondo dal quale la vita l’ha esclusa aggredendo chi ci sta e anche bene. ne ho conosciute tante come lei, ahimè, rose dall’invidia.

la saluto definitivamente Patrizia Gracis

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admin @ 11:19 am:

EVVIVA!
Se ne va! Leggete la frase finale del suo post… un capolavoro! Io invidiosa di lei - anzi … “rosa dall’invidia?”? E perché mai? Ma invidiosa “de che?”, come direbbero a Roma?
Ho lasciato un posto di ruolo statale per fare l’imprenditore, ci metto la faccia, i soldi, una montagna di lavoro, il rischio, e cerco di fare del mio meglio, senza alcuna pretesa di voler essere. Cerco solo di creare lavoro per i giovani e più visibilità per la grande musica su Internet. E’ un lavoro magnifico, entusiasmante e molto gratificante, di cosa diavolo dovrei essere invidiosa? La musica ha bisogno anche di imprenditori e di informatici che la aiutino a diffondersi, soprattutto in questo momento. Altrimenti “gli addetti ai lavori” se la canterebbero da soli, e senza pubblico. E tra qualche anno saranno addirittura estinti, se si va avanti così.

E la finezza con cui sottolinea che lei non è mai “caduta” dal palcoscenico, dove la vogliamo mettere? Il fatto che qualcuno abbia subito un (grave) infortunio sul lavoro, (e ne porti le conseguenze fisiche per tutta la vita…) ovviamente… è un demerito! Ma non si vergogna?
A nome di tutti coloro che hanno un qualche handicap fisico, sentitamente ringrazio.
La sua arroganza, davvero, non finisce di stupirmi. E’ al di sopra di ogni immaginazione.
Per fortuna i Docenti di Conservatorio non sono tutti così… altrimenti ci sarebbe da temere per i nostri ragazzi (e comincio ora a capire meglio tante critiche contro certi docenti, che ho sempre rintuzzato, perché non ci volevo credere…)

Spero vivamente che lei accetti l’insegnamento in Michigan… si troverà sicuramente molto meglio che in Italia. L’Italia, sicuramente, non la merita. I miei migliori e più sinceri auguri a questo proposito.

Intanto, comunque, se vuol continuare a gironzolare per Internet sui siti altrui, dovrebbe proprio cominciare ad analizzare la differenza tra un forum e un blog. Un blog si configura come una testata editoriale, e non è tenuto ad ospitare commenti superflui (un po’ come si fa con le lettere al Direttore su un quotidiano: insomma, è il Direttore che decide cosa pubblicare). Il suo modo di discutere (?!) è più adatto ad un forum che a un blog. Ma anche i forum, le ricordo, sono moderati… e vige anche lì la “netiquette”.

Tutte le cose su di lei che finalmente ci dichiara, ovviamente, le sapevo da un pezzo, bastava una ricerca su google.
La sua laurea in filosofia, di cui ero naturalmente a conoscenza, invece, dimostra soltanto, ancora una volta, come non basta avere frequentato un’Università per averne assimilato la cultura.
Il suo uso della logica, come dimostra assai brillantemente Dalla Chiesa, alla cui lettura vi rimando, è quanto meno bizzarro. Quanto a firmarsi per esteso, lei ha sempre usato, nel blog di Dalla Chiesa, il nick “pgracis”, che non vuol dire proprio niente, e non è certamente una firma. (Ci sono decine di commenti che le rimproverano questa cosa, ma lei evidentemente non legge, parte lancia in resta e scrive - sempre le stesse cose - e basta…)

Avete un’ora di tempo da investire e volete divertirvi un poco?
digitate sul browser questa stringa di ricerca e saprete tutta la storia della Dott. Prof. Gracis sul blog di Dalla Chiesa: http://www.google.it/search?q=site%3Awww.nandodallachiesa.it+pgracis&sourceid=navclient-ff&ie=UTF-8&rlz=1B3GGGL_itIT256IT256&aq=t

Garantisco che è meglio di Striscia la Notizia, quanto a divertimento. A risentirci presto con notizie più interessanti, e scusate il disturbo per questi commenti, ma credo che un’ora di cabaret gratis possa forse compensare questa sgradevole parentesi.

Ines

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9 Luglio 2008

Laura Tussi @ 7:38 pm:

Care Amiche e Cari Amici,

Vi propongo l’ elaborato di un percorso di studio e ricerca sentitamente partecipati nel dialogo con una grande persona, una sincera presenza, il Professore dei movimenti e dei girotondi di protesta a Milano, a Genova, in Italia…che ci porta sempre tutti in piazza con il suo ponderato carisma e il suo ascendente risoluto contro l’ingiustizia…è l’Onorevole Nando Dalla Chiesa, scrittore impegnato e dedito nell’inesausta ricerca della pace e della giustizia, contro tutte le incoerenze, le incongruenze, le incomprensioni sociali e le subdole forme di imposizione del potere nella nostra contemporaneità…

Nando Dalla Chiesa, elaborato di ricerca.
Dall’omologia alla divergenza:
pensare la differenza, immaginare l’uguaglianza.
INTERVISTA CON NANDO DALLA CHIESA.
Dialogo sopra le diversità culturali.

di LAURA TUSSI

A Milano, a Roma, a Genova e in altre innumerevoli città italiane, le persone sono scese in piazza manifestando il dissenso contro la prevaricazione di dinamiche di strapotere governativo che affossano ogni velleità di dignità costituzionale, dove la Costituzione Repubblicana e Democratica viene calpestata in nome dell’autorità di potere e le discrepanze sociali incrementano e alimentano intolleranze e divergenze a tutti i livelli del prisma sociale delle differenze, dove la diversità diviene un’onta, un crimine, una vergogna da reprimere ed eliminare.
Attualmente, nel mondo occidentale, si assiste ad un ritorno prepotente delle politiche e dei partiti conservatori, dall’America, alla Spagna, dall’Italia, all’Inghilterra, per non parlare delle correnti xenofobe e neonaziste dell’Austria. Nel mondo intero si è assistito ad un movimento di protesta contro lo status quo, dissenso e opposizione e ad una presa di coscienza valoriale senza paragoni nella storia passata: dalle correnti pacifiste, ai nuovi globalizzatori. Queste innovative realtà comprendono tutte le frange più irrequiete, i partiti riformisti, le fazioni di dissenso, gli estremismi più propositivi, tutte le categorie più innovative, progressiste e propositrici di qualcosa da portare avanti, da proporre, da perseguire nonostante il conflitto di classe, la protesta nelle piazze, per il cambiamento generale dello status quo di un sistema neoreazionario, con proposte costruttive di azione, per agire, per risolvere i gravi problemi dell’umanità intera, dal disastroso degrado ambientale a livello planetario, di cui stiamo pagando le scottanti conseguenze, alla povertà, al regresso, alla fame nel mondo, la mancanza di occupazione, le guerre, i conflitti interreligiosi.
Il nuovo socialismo ancora e di nuovo, in base a corsi e ricorsi storici sempre attuali, ripropone antichi valori e sempre attuali, quali l’equità sociale ed il pluralismo in materia decisionale delle scelte più drastiche e drammatiche, come l’interventismo bellico, per esempio.
Anche in Italia, quindi a livello più locale, molti intellettuali si sono mobilitati contro il revanchismo delle destre sulle più disparate questioni sociali, coinvolgendo ampie sacche di popolazione, proprio quel popolo portatore di idee di innovazione e progresso, di novità e trasformazione positiva in materia sociale, giuridico legale, sanitaria, economica, fiscale ecc…
Sullo sfondo di tali imprescindibili questioni si stagliano i problemi cruciali del mondo contemporaneo che interessano il processo di globalizzazione, il razzismo scientifico, lo sviluppo delle biotecnologie, la bioetica, la sostanziale e fondamentale relazione uomo-ambiente.
Gli Stati Uniti si sono rifiutati di aderire al protocollo di intesa di Kyoto e non per volontà del popolo americano, quindi non per decisione di una scelta democratica e pluralista che comprendesse le più differenti frange e classi del tessuto sociale americano, che peraltro ha manifestato, in buona parte il dissenso, ma per l’effetto di un capitalismo degenerato, di un sistema votato a una logica di dominio nazionalista, scaduta in assolutismo dispotico.
L’esigenza di socialismo si ripete a intervalli nella storia, risorgendo ogni volta al fine di portare la pace e la realizzazione e concretizzazione delle utopie, ossia di valori, ideali e conquiste sul piano dei diritti del popolo, della società tutta, che il capitalismo esasperato, o peggio la degenerazione irrazionale di quest’ultimo, annienta, vilipende, schiaccia, provocando conflitto tra le classi sociali, per evidenti sperequazioni: un conflitto epocale, millenario, dalle prime forme di vita associata dell’umanità.
Anche la magistratura è stata costretta a reclamare il proprio diritto d’autonomia, a rifiutare le ingerenze da parte di altri poteri statali. In questo modo si è sovvertito il principio basilare di un paese libero, elaborato dall’illuminismo e da Montesquieu relativamente alla tripartizione delle mansioni principali dello Stato e l’inalienabilità dell’autonomia dei tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario, così da evitare la degenerazione del sistema politico in anarchia o peggio in dittatura assolutista.
Il socialismo si è sempre posto l’obiettivo di promuovere programmi di riforme graduali, tese a migliorare le condizioni di vita della classe operaia e delle masse lavoratrici nel quadro degli spazi democratici, concessi dallo stato borghese.
Nel dopoguerra i partiti socialdemocratici dei paesi dell’Europa occidentale fondarono nel 1951 l’internazionale socialista. Dopo i fatti d’Ungheria anche i partiti socialisti, come quello italiano, che avevano privilegiato l’unità d’azione con i comunisti, si spostarono su posizioni riformiste. La revisione ideologica e il rifiuto del ruolo guida dell’URSS toccarono anche i partiti comunisti a partire dagli anni’60 che si orientarono verso posizioni socialdemocratiche, affermatesi in tutti i partiti socialisti europei.
I movimenti del popolo, attualmente, rilanciano le idee di un neoilluminismo, di un nuovo socialismo che ovviamente contesta la globalizzazione del mercato unico, ma soprattutto del pensiero unico neonazionalista che riconferma politiche volte a instaurare e riassestare economie radicalmente capitalistiche.
Il socialismo del popolo di Seattle sostiene l’eguaglianza dei diritti sociali ed umani, la solidarietà, il bene comune, la tolleranza dell’”altro”, del diverso contro le esproprianti politiche xenofobe e razziste, per l’eliminazione del privilegio di classe, del classismo, e soprattutto il diritto delle masse meno abbienti a manifestare ed a protestare, senza essere perseguitate, contro le scelte ritenute errate e capitaliste del sistema, dei governi restauratori di un atavico, obsoleto e stanco modo di fare politica.

La personale dedizione nella comprensione e nell’analisi socioculturale delle realtà di ingiustizie e di discriminazioni in Italia e nel Mondo, all’interno della Storia di Formazione di uno scrittore impegnato socialmente e politicamente?

Tutta l’ esperienza di vita è formativa. Quello che si è fatto, realizzato e interiorizzato durante l’infanzia e l’adolescenza diventa elemento ed evento che influisce in seguito sul modo in cui ci si comporta e ci si atteggia nell’impegno sociale, formativo e civile rispetto alle modalità con cui si considera la cultura.
Non riuscirei a togliere nulla della mia vita per capire e comprendere quali siano le scelte personali in un certo momento e pensare come impegnarmi su un tema o sull’altro, in un aspetto o nell’altro e perché compio una certa decisione.
Davvero possiamo considerare i ricordi, dai gesti e dalle parole compiute dalle persone care, dal ricordo dei genitori, dei libri letti, dagli insegnanti, all’esperienza universitaria, al periodo del sessantotto, appena mi affacciavo all’età adulta, alla vicenda di mio padre. Penso che tutta la vita mi ha forgiato e fomentato anche aggressivamente e spinto ad assumere determinati impegni in campo civile, politico e culturale.

Il centro sinistra, gli strapoteri che fomentano divergenze e discrepanze sociali in nome dell’autorità, i localismi, i settarismi da un lato, e le nuove ed incombenti sfide dettate da una società e da un mondo sempre più orientati alla globalizzazzione, alle sfide del progresso con Kyoto e Hokkaido, nella scelta di politiche progressiste, segnate comunque da problematiche inerenti le diversità multiculturali e la coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare, dall’altro.

Lo spirito di apertura, di interscambio e di confronto vicendevoli portano a considerare gli interlocutori, le culture altre, le biografie collettive di minoranze come dati di vita e di diversità intraculturali che devono essere interpretate con sapere e approfondite rispetto al futuro e al passato con esperienza e consapevolezza appunto.
Occorre essere responsabili e consapevoli che il futuro non è solo la somma di molteplici tradizioni e biografie, ma soprattutto una sintesi di valori che sembrano divisi e divergenti, ma si elaboreranno come uniti nelle rispettive diversità tramite la costruzione e la raccolta ed elaborazione di biografie e autobiografie intelligenti.
E’necessaria molta serietà perché non è un lavoro facile, perché ogni cambiamento incide sulle condizioni dell’esistenza, della vita di ciascuno, rispetto alle aspettative, sulle paure di chi è più debole, fattori che vanno considerati in questo momento processuale di costruzione del nuovo.
Questa è la fase più difficile per la sinistra perché si apre un innovativo percorso e si sviluppa un processo di evoluzione, di apertura, di confronto e condivisione, perché nessun cambiamento lascia le situazioni nuove uguali alle precedenti, con gli svantaggi delle condizioni che generano pregiudizio.
Le ondate migratorie sono così improvvise e repentine e incidono e coincidono anche con l’invecchiamento della popolazione portando paura, diffidenza e indisponibilità all’incontro, nel confronto con le diversità, attuabile invece attraverso un lavoro e un impegno concreti nel rimuovere le cause dei pregiudizi, attraverso l’informazione culturale, chiamando ogni persona alle proprie responsabilità civili.

Tutto il mondo è impegnato nella ricerca della democrazia che è un valore da consolidare e da esportare. Le ultime guerre in medio oriente fanno intravedere diverse tipologie di dittatura.

Le dittature vanno dai grandi emirati, ai potentati fondati sul potere delle dinastie, dalla Siria, ai leader libanesi e con forme di ingerenza terroristica. Tutto il mondo è impegnato nella ricerca della democrazia che è un valore da consolidare e da esportare.
Strategie internazionali sono necessarie e auspicabili, ma difficili da sviluppare, anche perché le questioni legate alle minoranze si scontrano con la real politic e le ragioni della diplomazia.
Occorre che ci siano entità sovranazionali capaci di riconoscere certi diritti e tutelare e salvaguardare nelle forme consentite dalla diplomazia le minoranze oppresse. I partiti possono avere ruoli diversi con iniziative incisive, creando movimenti di opinione anche per mezzo della stampa. Sussiste comunque un problema soprattutto culturale. L’idea di boicottare il salone del libro di Torino solo perché dedicato ad Israele è sintomo di intolleranza. A volte si mettono in circolo atteggiamenti razzisti e discriminatori. Occorre molta responsabilità.

Attualmente occorre esorcizzare ogni spettro di genocidio, stillicidio, di conflitto armato e di negazione di ogni tipologia di diversità all’interno della società. Esistono strategie politiche certe e determinate da parte dei partiti progressisti per far fronte a queste terribili evenienze?

Sono motivato e spinto dalla mia vicenda personale a leggere i libri che riguardano l’accettazione sociale della violenza, la nascita del nazifascismo e la tragedia dell’Olocausto. Questi eventi sono realmente avvenuti dopo le convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo e sulla tutela dei prigionieri di guerra. Non credo comunque che l’uomo abbia imparato dalla Storia. Occorre molta responsabilità da parte degli Stati, dei partiti, dell’opinione pubblica con l’intervento degli intellettuali, con cittadini responsabili che devono conoscere il teatro degli eventi storici.

Laura Tussi

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